Palermo, Rossi: "Le mie tre direttive per rivoluzionare il mondo del calcio"

L'allenatore rosanero ha concesso un'intervista a La Repubblica, parlando di calcio e dei suoi mali, tentando di dettare le linee guida per far risorgere il calcio italiano.
30.07.2010 11:00 di  Alessandro Buttitta   vedi letture
Palermo, Rossi: "Le mie tre direttive per rivoluzionare il mondo del calcio"
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© foto di Vincenzo Orlando/TuttoPalermo.net

La ricetta per un nuovo calcio? "Fuori la politica. Mancano cultura e coraggio. Ci crediamo più furbi e intanto vincono gli altri. Via gli incompetenti al potere. Il professionismo va ristretto sennò si creano solo disadattati. E gli istruttori non possono essere dopolavoristi".
Delio Rossi, allenatore del Palermo, ha idea di come si possano curare i mali del nostro calcio?
"Se i risultati non vengono è giusto cambiare chi ha la responsabilità di prendere decisioni. La stessa cosa vale se parliamo dei giovani. Quelli interessanti ci sono, ma è tutto il contesto che bisogna cambiare".
In che senso?
"Manca una strategia. Sino ad oggi si è andati a braccio e alla fine poteva andarti tutto bene o tutto male. Purtroppo sta andando tutto male".
Quindi?
"Tre direttrici. Innanzitutto bisognerebbe dotare ogni società delle proprie strutture. Il Palermo ad esempio non ha un centro sportivo di sua proprietà e la stessa cosa vale per decine di società italiane. È impossibile pensare di far crescere un settore giovanile senza avere i campi dove allenare i ragazzi".
Secondo intervento?
"Gli istruttori. Molti di loro hanno un doppio lavoro perché non vengono pagati adeguatamente. Dovrebbero specializzarsi e lavorare 24 ore al giorno solo con i giovani, senza pensare al salto di categoria. Ma non è possibile se al mattino devono andare a lavorare in banca, al catasto o altrove".
Il terzo punto?
"Rivoluzionerei i campionati giovanili e creerei le squadre B con un loro torneo come già accade in Spagna o in Inghilterra. Eliminerei il campionato Primavera, che così è un ibrido senza senso. L´obiettivo di un settore giovanile non è quello di vincere il campionato Primavera o il Torneo di Viareggio, ma di sfornare ogni anno giocatori per la prima squadra. Invece i giovani vengono mandati in C per fare esperienza. Creando le squadre B con un loro campionato potrebbero essere il serbatoio della prima squadra e le rose così ampie avrebbero ragione di esistere".

Ci sono troppi giocatori?
"Sicuramente sì. Basti vedere il numero dei disoccupati che cresce di anno in anno. Ci sono giocatori che in serie C guadagnano duemila euro, ma comprano il macchinone, mettono su famiglia, fanno figli e a 26 anni si trovano senza lavoro perché il sistema non riesce a reggere questo sforzo economico. Così creiamo dei disadattati. Lo sport deve essere di tutti, ma il professionismo di pochi. Invece ci sono tante, troppe, squadre e ogni anno vediamo cancellare società per i debiti. Salvo poi iniziare il solito balletto dei ripescaggi col politico di turno che spinge per salvare la squadra del suo collegio elettorale".
Ma perché anche nei settori giovanili ci sono tanti stranieri?
"Perché è più facile e costano meno. Gli italiani bravi esistono, solo che le nostre società puntano a ingaggiare il giocatore già fatto piuttosto che costruirselo in casa. Bisognerebbe avere quel coraggio che in Italia non c´è. Da noi sull´altare del "tutto e subito "si sacrifica ogni cosa".
Tutto l´opposto della Germania che ai Mondiali aveva tanti elementi della squadra che aveva vinto l´Europeo Under 21.
"Quella tedesca è l´espressione della cultura della crescita di un intero movimento. Quello che a noi manca. Da quelle parti fino a 16-17 anni il risultato non conta. Da noi invece se un allenatore della Primavera fa male al Viareggio viene esonerato".
In Germania hanno dato spazio a tanti oriundi.
"Io sono contrario ai mezzucci e far diventare per forza italiano chi non lo è. Ma le regole cambiano e dobbiamo stare al passo con i tempi. Noi italiani siamo convinti di essere i più furbi di tutti e che gli altri hanno la sveglia al collo. Invece non è assolutamente così. Gli altri vincono e noi no".
A proposito, esiste davvero un modello Spagna?
"Non mi piace parlare per spot. In questo modello ci sono cose positive e cose negative. Certo è che in Spagna da qualche anno cercano sempre il gioco e questo sta facendo crescere tutti quanti".
Ex calciatori nei posti di comando: potrebbe essere una soluzione?
"Sicuramente sì. Se non capisco niente di giornalismo e devo fare un giornale chiamo un giornalista a dirigerlo. Gli dico qual è il budget e quali gli obiettivi. Se non li centra, avrà sbagliato lui. Invece nel nostro calcio c´è tanta gente che di calcio non sa niente. Non è detto che un ex calciatore sia per forza un grande dirigente, ma ce ne sono che hanno cultura e capacità. La politica dovrebbe stare distante. Limitarsi a indicare gli obiettivi".
È difficile essere ottimisti?
"No, il calcio non morirà mai perché c´è una tradizione. Perché mio padre mi portava da bambino allo stadio così come io ho portato mio figlio e come lui porterà suo figlio".