Palermo, c'era una volta il boato del Barbera

20.01.2021 10:28 di Alessandro Maurizio Alaimo   Vedi letture
© foto di Rosario Carraffa/TuttoPalermo.net
Palermo, c'era una volta il boato del Barbera

Palermo è sempre stata una piazza calcistica unica, contraddistinta da un modo di essere e da uno stile di vita che si sposava con la più grande passione di ogni palermitano: il calcio. La domenica mattina, tra un’iris alla ricotta, un cannolo e un’arancina, ogni tifoso si preparava come un gladiatore in procinto di entrare al Colosseo ad una nuova ed incredibile sfida di Serie A. Erano anni meravigliosi quelli dell’era Zamparini. Il Renzo Barbera diventava l’arena del bel calcio, quel luogo che univa tutti e che non divideva nessuno. Una bolgia, quella della Favorita, che ha sempre esaltato la tifoseria rosanero annientando i falsi miti e i luoghi comuni sulla città. Panini, birra, noccioline, "u ghiacciuolu", con i propri amici, figli o con le proprie mogli e i propri mariti, tutti insieme per godersi il grande spettacolo che regalava il Palermo. Una piccola squadra, ma con una tifoseria grande. Il Palermo era l’intera Palermo. I giocatori ogni singolo palermitano. Ogni bambino era la creatività di Javier Pastore, ogni marito era la freddezza sotto porta di Fabrizio Miccoli, ogni moglie era la bellezza geometrica di Eugenio Corini, insomma i giocatori e i palermitani la domenica mattina erano una cosa sola: il Palermo Calcio. Sembrano passati chissà quanti lustri da quell’unione morbosa e bellissima tra squadra e città, un’unione che ha prodotto a livello nazionale le migliori frasi di stima e di affetto anche da parte dalle altre tifoserie, che a Palermo hanno ritrovato sempre un ambiente ideale per sostenere la propria squadra. Una tifoseria modello, che incitava prima e dopo la partita. Un modello invidiato a molte realtà più titolate, ma con molto meno cuore. Sì, cuore. Palermo era ed è questo: cuore. Palermo è una città passionale, una città che ha sofferto se stessa e che ha imparato, con un po’ di ritardo ad amare, ad amarsi e anche a odiarsi, perché proprio dall’odio ha imparato l’amore, come una fenice che risorge dalle proprie ceneri. Palermo è una fenice particolare, che impiega più di tutte le altre realtà a risorgere, ma che a piccoli passi ci sta riuscendo.Una città cresciuta con le galoppate di Edinson Cavani, con le giocate del "Romario del Salento", con i gol di Carvalho de Oliveira Amauri, con la classe cristallina del Flaco (Javier Pastore), con i tiri da fuori di Josip Ilicic, con le chiusure di Andrea Barzagli, con le parate di Salvatore Sirigu, con i colpi di testa di Simon Kjaer, con i cross di Federico Balzaretti, e con la vivace gioventù di Abel Hernandez. Una realtà che ha toccato anche solo per qualche istante il cielo stellato della Champions League, la competizione più desiderata in Europa, una competizione che vede sfidarsi i migliori giocatori in Europa e del mondo. Palermo, la capitale del mediterraneo, che stava per affacciarsi in Europa, portando con sé la prima Coppa Italia della sua storia, sfumato all’ultimo contro l'Inter. Il secondo posto in Coppa Italia provocò uno scossone importante nel Bel Paese, perché per la prima volta Palermo abbandonò quella nube di provincialità e di falsi miti che la contraddistinguevano e che la opacizzavano. La città che sembrava ad un passo dal paradiso, che nel sogno europeo trovava la sua massima esaltazione, si ritrovò scaraventata all’inferno nel giro di pochi anni: la Serie D. Il possibile boato sull’inno della Champions League si trasformò in un pianto straziante dell’intera tifoseria. Anni, quelli del purgatorio rosanero, che misero a dura prova anche i fegati più sani. Tuttavia, Palermo nella sua storia ha sempre dimostrato di saper incassare e di saper reagire. Fiumi di tifosi si riversarono nelle strade, per gridare a gran voce che Palermo era il Palermo e che se soffriva la squadra soffriva la città. L’epilogo di quegli anni non fu roseo, ma nero. Il Palermo fallì e fu costretto a dover ricominciare da capo, a dover dimenticare il cielo stellato dell’Europa dei grandi per calcare i campi più umili della provincia. Il Palermo morì, ma risorse dalle sue ceneri. Era l’8 settembre 2019 quando il Palermo si apprestava a giocare la prima partita di Serie D in casa contro il San Tommaso. Uno stadio gremito, talmente pieno da ricordare a tratti un lontano Palermo-Sampdoria valevole per tutt’altri obiettivi. Allora fu Fabrizio Miccoli a infuocare il Renzo Barbera, mentre fu Giovanni Ricciardo a riavviare il nuovo ciclo rosanero. Due partite completamente diverse, ma che dimostrarono che il boato del Renzo Barbera, al gol dei suoi protagonisti, non dipendeva dal campionato, ma dalla passione dell’intera città. L’urlo straziante si trasformò in un feroce grido. Il Barbera tornò a tremare e Palermo si riprese ciò che alcuni provarono a portagli via. Palermo l’8 settembre tornò a volare. Tempi che ci sembrano lontani, ma che torneremo a vivere ben presto.